Quanto vale in soldoni una buona (o cattiva) recensione sul web

    Ogni minuto vengono lasciate 5 milioni di recensioni online. Una massa di commenti che alimenta un nuovo business: la feedback economy

    I clienti al ristorante, gli avventori nei bar, i turisti in albergo. Tutti lo sanno: la loro opinione conta. Da quando forum, blog, portali danno la possibilità di recensire, chiunque ha la facoltà di lasciare un commento sulla propria esperienza. Ogni minuto, 5 milioni di nuovi feedback vengono pubblicati online. Una sorta di biglietto da visita parallelo di qualsiasi attività offra prodotti o servizi al pubblico. Non più solo locali e trattorie, ma anche palestre, elettrodomestici, fino addirittura alle prestazioni dei medici.

    Quella che viene generata è una mole di dati enorme, oro colato per chi lavora in questo settore: riuscire a intercettare usi, gusti e consumi della massa critica è fondamentale. E così la si studia, per cavalcarla. Ha un nome: feedback economy. E non poteva essere altrimenti: il feedback è il cuore di tutto e genera ricadute in grado di stabilire le sorti di migliaia di attività di business.

    Le nuove generazioni sembra non spostino un euro se non sono certe di quello che stanno scegliendo. Uno studio di Barclays spiega che il 60% dei consumatori crede nelle reviews, e si arriva al 71% tra i 18 e i 34 anni. Ma a leggerle è oltre il 90% (fonte: BrightLocal). Ormai sono diventate parte della routine, quando si deve decidere qualcosa. Secondo Sprout Social, tra i settori più orientati dalla human experience al primo posto c’è il retail, seguito dalle utilities, poi il travel.

    I numeri della feedback economy
    “Tutti i comportamenti di acquisto sono influenzati da informazioni che si trovano online, soprattutto quelle che raccontano le esperienze di altre persone. E non solo degli influencer con maggior seguito“, spiega Mirko Lalli, fondatore di Travel appeal. Il fenomeno è ormai maturo e ogni settore ha il proprio luogo d’elezione dove scambiarsi informazioni peer-to-peer: social network, portali, lo stesso Google.

    L’aspetto interessante, per le aziende, è riuscire a gestire la propria reputazione, senza subirla. Secondo WebFx, ormai circa il 25% del valore di mercato di un’azienda deriva direttamente dalla sua reputazione e avere oltre 50 reviews aumenta gli acquisti online di un prodotto del 4,6%.

    Sempre lo studio di Barclays parla di un 85% di pmi che hanno beneficiato dei feedback dei clienti. Pressoché la quasi totalità delle imprese, secondo la ricerca, ha attivato il monitoraggio delle recensioni, ma solo il 62% lo fa con metodo e organizzazione. Il 63% controlla i social e chiede al proprio personale di riferire i pareri dei clienti. Infine, il 55% integra totalmente i feedback nel proprio modello di business.

    “C’è ormai una correlazione tra reputazione e revenue: se cresce la prima, cresce anche la seconda“, precisa Lalli: “Ora esistono anche progetti embrionali che intendono mettere la reputazione sulla blockchain, in modo da salvare in un altro luogo i propri dati affinchè siano al sicuro”. Costituiscono un tesoretto che è bene preservare, aggiunge l’imprenditore: “D’altronde in Italia nel mondo del turismo il 97% dei clienti dichiara di basare le proprie scelte in base a contenuti online. Poi chi fattivamente le porta avanti e conclude l’operazione è il 49%”. Ed è il settore più forte“. Ma anche gli altri si stanno attrezzando: banche, assicurazioni, telecomunicazioni.

    Come si è mossa l’Italia
    In Italia il monitoraggio da parte di società specializzate è partito ormai più di cinque anni fa. Nel 2014 Lalli ha fondato Travel appeal, specializzata nel mondo del turismo. Visti gli sviluppi del settore ha deciso di fare un rebranding che a partire dal nome, The data appeal company, includesse gli altri mondi che possono essere tenuti in osservazione sfruttando la feedback economy.

    Il modello è rimasto lo stesso. “Raccogliamo quella che si definisce “l’esperienza” – spiega -. Non solo recensioni ma anche prezzi, discussioni sui social, bollettini meteo. Abbiamo un motore semantico che capisce il significato delle frasi e del contesto, le incrocia e le trasforma in punteggi. Dopodiché l’intelligenza artificiale li classifica”.

    Perché si sceglie di cavalcare la feedback economy
    I clienti della società di Lalli sono imprese. Diversi gli approcci. “Prende contatti con noi il ristoratore che vuole migliorare e a cui vendiamo il nostro software. Ma anche enti del turismo, il real estate per capire i bisogni di una determinata zona e, per esempio, decidere dove aprire un centro commerciale. O, altro esempio, un’azienda che produce materassi, vorrà sapere dove ci sono cattive recensioni di alberghi in cui non si dorme bene, per andare a proporre il prodotto”, chiosa. Quella che si genera è una cartina di tornasole che fa conoscere dove si concentrano le criticità e permette di prendere decisioni che abilitino nuovi business.

    “Gestire significa anche rispondere alle recensioni, dimostrando cura verso il cliente. È la prima cosa da fare perché si tratta di comunicazione, non di customer care. E poi, ovviamente, prendere provvedimenti. Se la piscina dell’albergo è brutta. O la si chiude o la si cambia, altrimenti crea un danno”, dice Lalli. A testimonianza dell’attenzione generale su questo settore, i numeri di The data appeal company. “Siamo in Italia, Svizzera, Olanda, Svezia, Uk e ora anche in Francia. Monitoriamo ogni anno i dati di oltre 1 milione di properties tra hotel, ristoranti, musei, attrazioni, retail e shop e intere destinazioni, per oltre 300 milioni di contenuti analizzati ogni giorno, in 147 Paesi nel mondo”, racconta Lalli. “A fine 2018 abbiamo chiuso un round per 3 milioni di euro. Il prossimo passo è aprire un altro round, quest’anno, e capire come scalare fuori dall’Italia, perché il business è validato”.

    Autore dell’articolo Caterina Maconi – Fonte : wired.it

    Recensioni negative su internet: Google costretta a rivelare l’autore di un post anonimo

    L’utente ha parlato male di uno studio dentistico ora lo aspetta una causa per diffamazione. “Stop ai messaggi potenzialmente diffamatori”.

    Google dovrà identificare la persona che ha pubblicato una recensione negativa, in modo anonimo, riguardo ad uno studio dentistico. Il proprietario ha infatti intenzione di adire le vie legali per diffamazione.

    L’utente, identificatosi anonimamente come “CBsm 23”, aveva scritto su Google Reviews una valutazione in cui invitava tutti a “stare lontani” da questo studio, che effettuava una procedura “estremamente imbarazzante e per niente confortevole”. Google ha inizialmente respinto le richieste del dentista, tra le quali rimuovere la recensione e condividere le informazioni sul suo autore. Tuttavia, dopo aver intrapreso le vie legali, lo specialista in sbiancamento dei denti Matthew Kabbabe è riuscito nel suo intento.

    Un tribunale australiano ha infatti confermato che Google dovrà dare al dentista tutti i dati personali (tra cui nomi, numeri di telefono, indirizzi IP) collegati all’account dell’utente. La sentenza va contro il colosso, che in precedenza ha sempre difeso a spada tratta le recensioni negative sul proprio sito.

    L’avvocato del dottor Kabbabe, Mark Stanarevic, ha dichiarato all’ABC che il caso è “una grande vittoria per le piccole imprese“, e ha confermato che Google ha il dovere di fornire risposte del genere per quel che riguarda le recensioni con messaggi potenzialmente diffamatori. “Il sistema giudiziario sta facendo passi avanti per combattere coloro che si nascondono nell’anonimato, anche tramite VPN”. Google, evidenzia Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, non ha ancora rilasciato alcuna dichiarazione sulla sentenza, ma l’anno scorso aveva già menzionato come una tale legge potrebbe portare alla soppressione dei diritti dei consumatori e della libertà di parola.

    (Il Faro online)

     

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    Il valore di un’azienda, quanto conta la reputazione

    I manager di tutto il mondo, in media, attribuiscono il 63% del valore di mercato dell’azienda alla reputazione. E’ quanto emerge dalla ricerca “The State of Corporate Reputation in 2020: Everything Matters Now”, condotta da Weber Shandwick, agenzia di comunicazione e marketing. L’indagine, condotta online da Weber Shandwick in partnership con KRC Research, è stata rivolta a 2.227 dirigenti di società di grandi dimensioni per fatturato, operanti in 22 differenti mercati. Oltre alla reputazione, la ricerca ha preso in considerazione anche la cultura, l’attivismo dei dipendenti, le crisi e i rischi.

    La reputazione aziendale è alla base della leadership: 9 dirigenti su 10 affermano che la reputation dell’azienda è importante per il Consiglio di amministrazione; circa la metà (il 52%) ha afferma che è molto importante. La maggior parte dei manager, il 71%, afferma che il top management della propria azienda misura o monitora la reputazione della propria organizzazione. Quando viene chiesto in che modo viene misurata la reputation, sono riportati fattori come la soddisfazione o l’impegno dei dipendenti, le vendite e le prestazioni finanziarie e i sondaggi tra i vari stakeholder.

    Inoltre, la reputazione è un punto di comunicazione rilevante per i leader: circa 7 su 10, il 69%, affermano che i senior executive menzionano la reputation aziendale con i dipendenti almeno una volta negli ultimi 12 mesi e oltre metà delle società quotate, il 57%, riferisce che la reputazione è entrata tra i punti discussi nelle call con gli investitori. I manager sono soddisfatti del livello di attenzione riservato alla reputation da parte del top management: il 70% afferma che i senior executive dedicano alla reputazione della propria azienda “il tempo adeguato”.

    Comunicare i valori aziendali è fondamentale: 8 manager su 10 in tutto il mondo (79%) affermano che è importante che il ceo comunichi i valori della società per il riconoscimento positivo dell’azienda. Inoltre, la capacità di un’azienda di comunicare e realizzare la propria missione, visione e valore è legata al modo in cui una società risponde alle crisi, come driver principale di reputazione specifico per il marketing e la comunicazione.

    Fonte : https://www.adnkronos.com/sostenibilita/csr/2020/01/27/valore-azienda-quanto-conta-reputazione_iOD5G2B6IsjDWWReI66MAM.html

    In Italia, 8 ristoranti su 10 trascurano la propria reputazione online

    Il 14% dei locali italiani sta facendo un ottimo lavoro di gestione della reputazione online o perlomeno, a fronte di un ottimo servizio fornito ai clienti, ha intrapreso qualche azione per stimolare gli ospiti a lasciare una recensione. A volte, in fondo, basta solo chiedere con gentilezza. Tutto ciò si traduce immancabilmente in un aumento del fatturato perché, piaccia o no, una buona reputazione stimola le scelte dei potenziali clienti. Ma l’86%, quelli cioè che ottengono da una a tre stelle, potrebbe migliorare di molto la propria immagine online e quindi anche i propri affari». Così Salvatore Viola, co-founder e Ceo di RepUp, commenta i risultati di uno studio condotto sui profili pubblici di 175.184 esercizi di somministrazione (ristoranti, bar, gelaterie e pizzerie) confrontando e incrociando il rating che ognuno di loro ha sulle varie piattaforme di recensioni in cui è presente, ottenendo così un punteggio medio per ogni locale della lista

    Più nel dettaglio, i locali che otengono una stella – emerge sempre dallo studio – e quindi male posizionati sul fronte della reputazione online, sono solo lo 0,17% del totale, ma quelli con un punteggio di due stelle sono il 6,05% (parliamo di oltre 10.500 locali considerati scadenti dai propri clienti). La fascia poi che corrisponde alle tre stelle vuol dire “nella media”, ma – ammonisce lo studio – non corrisponde a un valore positivo sulle piattaforme di recensioni. In questa forbice si assesta il 79,80% dei locali. Si tratta di una situazione che merita una profonda riflessione perché è come dire che per i clienti, la maggior parte dei locali italiani raggiunge solo la “sufficienza”, cosa che sappiamo benissimo non può essere vera.

    Questi dati – conclude la ricerca – sono in larga parte l’effetto di una cattiva gestione della reputazione online. Recensioni negative senza risposta, con repliche che arrivano troppo tardi o con un tono errato e polemico che indispongono i clienti e bloccano il ristorante nel limbo delle tre stelle. Il vero salto di qualità si evidenzia quando si entra a far parte dei locali con un rating di 4 stelle. Nel campione analizzato da RepUP circa il 12% dei locali è considerato “buono” dai clienti, mentre solo il 2% ottiene il punteggio massimo di 5 stelle.

    «Secondo uno studio condotto da Small Business Trend, – racconta Andrea Orchesi, co-founder e Presidente di RepUp – una stella in più nel proprio rating si traduce in un aumento del business misurabile tra il 5% e il 9%. Se consideriamo che il passaggio da tre a quattro stelle per un locale vuol dire anche passare da “sufficiente” a “buono” il guadagno conseguente, non solo a livello di immagine, ma anche di coperti e incassi può fare una differenza enorme. A tale proposito, lo stesso studio indica anche che i clienti sono disposti a spendere mediamente il 31% in più nei locali che hanno ottime recensioni».

    Che fare?

    Un profilo compilato male, è il consiglio degli esperti, con il giorno di chiusura che risulta diverso sulle varie piattaforme, fa perdere clienti. Non indicare la presenza di piatti vegetariani, può far perdere una comitiva intera che sceglie un altro locale perché nel gruppo una persona non mangia carne. Non indicare il fatto di accettare la carta di credito può scoraggiare chi non vuole pagare in contanti e così via. Si tratta di aspetti di un profilo che vengono spesso trascurati e che rappresentano un problema che si presenta prima ancora della gestione di un commento negativo.

    In Italia, 8 ristoranti su 10 trascurano la propria reputazione online

    Rimuovere informazioni personali o diffamatorie da un sito o blog su internet

    All’individuazione dell’illecito è necessario prendere provvedimenti subito! La legge italiana richiede un’azione legale entro 3 mesi dalla sua pubblicazione.

    Inviduare i soggetti responsabili, richiedere rettifica o rimozione dei contenuti tramite azioni cautelari come diffida e segnalazioni ed infine intraprendere la via legale per azione risarcitoria se non si trova collaborazione

    a) Informazione lesiva pubblicata a mezzo Stampa

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    Per quanto riguarda la responsabilità dell’editore, quella prevista dall’art. 11, L. n. 47/1948 costituisce una vera e propria ipotesi di responsabilità oggettiva.
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    • Azione risarcitoria

    Norme del Codice civile e quelle contenute nella l. 223/1990 e nel T.U. radiotelevisione (D. Lgs. n. 177/2005) per individuare i soggetti responsabili come per la stampa.
    In particolare, dalla previsione di cui all’art. 30, L. 223/1990, che richiama le sanzioni penali di cui alla L. n. 47/1948, in alcuni casi la giurisprudenza fa derivare una sorta di responsabilità civile, di fatto oggettiva, del concessionario privato o pubblico, ovvero della persona da loro delegata al controllo della trasmissione. Anche se più frequentemente la responsabilità di tali soggetti viene invece affermata ai sensi dell’art. 2049 c.c. (responsabilità dei padroni e dei committenti).

     

    c) Informazione lesiva pubblicata a mezzo Blog

    Soggetti Responsabili
    • Autore dell’illecito
    • Il titolare del diario di rete o blog
    • Il provider

    Tutele
    • Rettifica (art. 32-quinquies, D.Lgs. 177/2005)
    • Azione cautelare tramite diffida e segnalazioni all’autore della violazione se raggiungibile, al blogger e al Provider. Compiti che il nostro studio “informatica in azienda” può svolgere per voi, previa copia autentica del contenuto per conferire valore legale al documento di richiesta rimozione inviato, con ordini inibitori pro futuro, che impediscano il ricaricamento del medesimo contenuto illecito più avanti nel tempo.
    • Azione risarcitoria

    il titolare del blog risponde per concorso attivo (obblighi di vigilanza previsti dall’articolo 57 del Codice penale), per aver contribuito consapevolmente a condividere il contenuto lesivo altrui. Da qui l’importanza per la vittima di dimostrare di averlo informato tramite l’invio al suo indirizzo email di COPIA AUTENTICA e solo da questo momento decorrerà l’eventuale responsabilità del titolare del blog che non si sia attivato per rimuovere il contenuto segnalato. Ecco perchè la copia autentica è necessaria. Oltre ad essere un documento probatorio reca anche la marcatura temporale della acquisizione che costituirà data certa di invio della richiesta e prova che il titolare del blog ha intenzionalmente deciso di lasciare il contenuto online. Il blogger risponde dei contenuti anche di altri se pubblicati sul suo sito ( a livello risarcitorio si prefigura una precisa responsabilità se non si attiva per rimuovere i contenuti su richiesta del danneggiato, secondo gli articoli 2043 e 2055 del Codice civile ) ed in questo senso si è espressa anche la Corte europea dei diritti umani con la sentenza del 9 marzo 2017 (caso Phil vs Svezia), che ha escluso il concorso in diffamazione del blogger solo perchè aveva rimosso il post offensivo dopo essere stato avvisato e per di più pubblicando un chiarimento con relative scuse. In caso contrario, ovvero se non si riceve collaborazione per la rimozione, a rispondere dei danni saranno allora sia chi ha scritto il post sia il titolare del blog che concorre nell’obbligazione risarcitoria (Tribunale di Milano, sentenza 6467 del 7 giugno 2018). Anche qualora il blogger si voglia difendere dichiarando che il commento incriminato è stato fatto da un utente anonimo, o che la piattaforma utilizzata permette a tutti di lasciare commenti o che si tratta di diritto di critica a rispondere dei danni e dell’eventuale accusa penale sarà soltanto e comunque il titolare del blog. Chi lo gestisce doveva per legge moderare i messaggi e/o essere capace di distinguere un post offensivo da una critica legittimamente esercitata.

    La vittima infine potrà rivolgersi anche al provider che ospita il blog in questione e se il provider non prende provvedimenti nei confronti del suo cliente si potrà sostenere una corresponsabilità. La responsabilità del provider si fonda sull’articolo 16 del Dlgs 70/2003 che non impone un dovere generico di sorveglianza preventiva, ma prescrive all’hosting di attivarsi per la rimozione quando sia stato messo a conoscenza della presenza online del contenuto lesivo. Sarà importante, in questi casi inviare una formale diffida (con COPIA AUTENTICA del contenuto inviata tramite pec – servizio che possiamo svolgere per voi) al motore di ricerca in modo che in un eventuale successivo giudizio non possa sostenere di non essere stato messo a conoscenza della presenza di contenuti diffamatori online. (Tribunale di Modena, sentenza 1658 del 5 ottobre 2018)

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    La protezione del brand online non è mai stata così importante come oggi.

    La protezione del brand online non è mai stata così importante come oggi.

    I brand sono esposti alle minacce provenienti da ogni parte, a causa della proliferazione dei social media, dell’aumento del cyber crime e dei progressi tecnologici. Questo trend certamente non è destinato a cambiare in futuro e, così come le minacce evolvono, così cambierà il nostro modo di affrontarle. La cosa più importante da ricordare è che i brand hanno visione di queste problematiche e stanno adottando sistemi tecnologici per combatterle.

    La nuova ricerca di MarkMonitor riflette in pieno quanto affermato prima. Per la ricerca The Future of Online Brand Protection — Threats, Trends and Business Impact del 2018 abbiamo intervistato 600 decision maker di diversi settori, in sei Paesi, per capire le loro strategie di protezione del brand online.

    Nel 2017 il 64% delle aziende attuava una strategia di protezione del brand online, mentre nel 2018 questa percentuale è salita al 79%, dimostrando che i brand stanno riconoscendo l’importanza di avere un piano per affrontare le minacce e mitigare i rischi.

    La consapevolezza ha cambiato le regole del gioco

    Questo aumento potrebbe essere dovuto a una maggiore presa di consapevolezza sulle minacce del cyber crime, dal momento che i due terzi degli intervistati hanno risposto che la protezione del brand online ha guadagnato una maggiore attenzione all’interno delle loro aziende a seguito di un incremento dell’interesse sul tema della cyber security. Un altro 80% ha affermato che la brand protection potrebbe cambiare nei prossimi anni per includere nuovi pericoli, in tema sia di cyber security che di frodi.

    Oltre all’influenza delle minacce, la ricerca ha mostrato che anche la natura della protezione del brand sta mutando. Mentre in passato la protezione del brand online ricadeva principalmente sul reparto marketing, supportato, in alcuni casi, dal dipartimento legale, oggi sempre più dipartimenti collaborano e vengono coinvolti nella formazione e nell’implementazione della strategia.

    Secondo la ricerca, i dipartimenti che partecipano oggi alla protezione del brand online sono: sicurezza IT / rischio (55%), marketing (44%), brand communication (38%) e legale (37%).

    Questa tendenza si estende anche alla responsabilità: il 90% dei brand infatti è convinto che la responsabilità nella protezione del brand cambierà in tempi relativamente brevi. Oltre la metà, inoltre, ritiene che ci sarà un maggior coinvolgimento da parte del consiglio di amministrazione e del team di sicurezza IT.

    È interessante notare che quando si parla di strategie per la protezione del brand online, le aziende sono sempre più orientate a un approccio customer-centric. Questo cambio di atteggiamento si riflette nei risultati della ricerca, dove è emerso che il 46% degli intervistati considera la sicurezza dei consumatori l’obiettivo primario delle proprie policy di protezione, mentre l’84% afferma che il comportamento dei consumatori svolge un ruolo fondamentale nella prioritizzazione degli sforzi.

    La tecnologia è importante per la protezione del brand?

    Sia che si tratti di specialisti della protezione del brand che sviluppano soluzioni, o che ci si riferisca alle imprese che affrontano la sfida – internamente o affidandosi a terze parti -l’utilizzo della giusta tecnologia è la chiave del successo.

    Il panorama delle minacce è in continuo mutamento: contraffattori, pirati e criminali informatici sono sempre più avanzati. Per questo motivo i brand non possono permettersi di non essere aggiornati e subire gli effetti negativi dell’evoluzione dei rischi e delle minacce. Questo si riflette sulle richieste di allocazione del budget destinato alla protezione del brand.

    Quasi un quarto degli intervistati ha dichiarato di aver speso la maggior parte del proprio budget per le nuove tecnologie. In effetti, l’85% dei brand ha incorporato nuove tecnologie nella propria strategia di protezione, tra cui l’intelligenza artificiale (39%), i big data (37%), il machine learning (33%) e il dark web (25%).

    Grazie all’AI, al machine learning e all’analisi dei big data è possibile monitorare il panorama delle minacce in modo più efficiente ed efficace, offrendo ai brand un approccio più proattivo per affrontare le minacce di vario genere, in particolare le frodi.

    La vera novità sul dark web è la possibilità di monitorare eventuali minacce

    Il dark web non è solo un mercato illecito di beni e servizi fisici, ma anche di dati riservati e proprietà intellettuale, che possono seriamente danneggiare i brand. Il monitoraggio proattivo di quest’area del web garantisce che i brand siano maggiormente in grado di mitigare i rischi e possano neutralizzare rapidamente qualsiasi minaccia.

    Affrontare in modo efficace la violazione

    Secondo la ricerca, due terzi dei brand intervistati affermano che, nell’ultimo anno, le violazioni sono aumentate. La proporzione aumenta quando si tratta di consumer brand.

    Nell’omnicanalità è presente la minaccia più grande; su quanti più canali il brand si espone, maggiori sono i rischi che corre. Quasi i due terzi degli intervistati hanno dichiarato che, negli ultimi 12 mesi, gli infringement sono aumentati. Per comprendere meglio la portata della minaccia, abbiamo chiesto agli intervistati quali dei canali utilizzati nell’ultimo anno per le comunicazioni del brand fossero stati oggetto di violazioni e abusi.

    È emerso che i siti web hanno registrato i più alti livelli di violazione (45%), seguiti da e-mail (42%), social media (34%), app mobile (31%) e marketplace online (27%). In effetti, il 55% degli intervistati ha dichiarato di prestare maggiore attenzione alla strategia relativa al portafoglio di domini aziendali e di gestirla in modo più attivo alla luce della minaccia informatica predominante.

    Un ulteriore 14% degli intervistati ha dichiarato che si sta adoperando per cambiare il proprio approccio. La gestione dei domini aziendali costituisce una parte fondamentale di una strategia generale di protezione del brand; non solo per motivi di sicurezza, ma anche in termini di massimizzazione di profitti e contenimento dei costi. Di conseguenza, è importante decidere quale sia l’approccio più proficuo per il brand, che può essere proattivo o difensivo.

    In termini di cybercrime, nell’ultimo anno la maggior parte delle aziende ha subito attacchi di phishing. Ciò include siti che impersonificano il brand, malware, truffe BEC (Business Email Compromise), phishing tramite SMS (smishing) e impersonificazione vocale (vishing).

    Più della metà degli intervistati (56%) ha dichiarato che l’attività sul dark web rappresenta una minaccia per il business, mentre un ulteriore 61% ha affermato di monitorare attivamente il dark web per le minacce e l’attività legata al brand.

    Conclusioni

    La protezione del brand online è fondamentale per il benessere di un’azienda. Le conseguenze dell’abuso del brand, della frode e della rappresentazione ingannevole possono essere disastrose per la reputazione, la fiducia dei clienti e il bilancio. L’importanza della protezione del brand sta aumentando, e contemporaneamente sta cambiando il modo in cui le organizzazioni la gestiscono, soprattutto nel far fronte alle minacce informatiche, utilizzando sempre più frequentemente tool tecnologici per iniziative portate avanti a livello globale.

    Il futuro della protezione del brand online

    Offendere la reputazione commerciale di un imprenditore è concorrenza sleale e integra diffamazione

    Pronunciandosi su un ricorso proposto avverso la sentenza con cui il giudice di pace, giudicando in sede di rinvio disposto dalla Corte di Cassazione, aveva assolto un imputato dall’accusa di avere denigrato, in occasione dei colloqui avuti con alcuni soggetti, la reputazione commerciale di una società (art. 595 cod. pen.), la Corte di Cassazione (sentenza 7 novembre 2018, n. 50423) – nell’accogliere il ricorso della difesa della parte civile, secondo cui erronea era da ritenersi la sentenza assolutoria, atteso che deve considerarsi irrilevante ai fini della compiuta integrazione del reato il fatto che la dichiarazione pregiudizievole dell’altrui reputazione non sia destinata a diffondersi fra persone diverse dalle due persone che la percepiscono – ha invece affermato che l’offesa alla reputazione commerciale di imprenditore, costituente atto di concorrenza sleale, si ha anche quando le espressioni verbali di discredito dell’attività da questi svolta sono pronunciate nel corso di colloqui con due persone che sono tenute, per ragioni di riservatezza derivante dalla loro professione, a non divulgarne il contenuto a persone diverse dal committente l’attività da loro svolta, essendo solo necessario, ai fini della configurabilità del reato di diffamazione, che le espressioni in discorso siano percepite da coloro cui esse sono rivolte.

    http://www.quotidianogiuridico.it/documents/2018/12/03/offendere-la-reputazione-commerciale-di-un-imprenditore-e-concorrenza-sleale-e-integra-diffamazione

    Cyberbullismo e web reputation: regole di comportamento sociale e strumenti di prevenzione

     

    Il Cyberbullismo e tutte le sue pericolose derivazioni all’interno del Convegno: ‘Cyberbullismo e web reputation: regole di comportamento sociale e strumenti di prevenzione’.

    Flaming, trickery, happy slapping, cyberstalking, sexting. Sono alcune delle principali declinazioni del cyberbullismo di cui si è discusso stamattina nella sede del Consiglio di Stato a Roma con oltre 80 studenti di diversi istituti romani nel corso del convegno ‘Cyberbullismo e web reputation: regole di comportamento sociale e strumenti di prevenzione’.

    È proprio la comprensione dell’importanza della cura della propria e dell’altrui reputazione online, secondo i relatori, uno degli elementi chiave per combattere il fenomeno, sempre più diffuso dentro e fuori le mura scolastiche. Principali strumenti di prevenzione sono l’ascolto e l’informazione, accanto all’individuazione di diverse figure di riferimento per i ragazzi. Genitori, polizia postale, garante privacy, ma anche assistenti sociali, psicologi, medici, che possono garantire alla vittima la possibilità di confidarsi e ricevere protezione.

    Più complesso, nella normativa vigente, il ruolo degli insegnanti: “La legge, che ha il difetto di fondo di essere troppo poliziesca, dice che bisogna istituire nelle scuole il referente contro il cyberbullismo- spiega Francesco Gambato Spisani, consigliere di Stato della sesta sezione giurisdizionale- Il referente deve essere un docente, cioè un pubblico ufficiale che risponde al suo dirigente scolastico che, se viene a conoscenza di un reato, ha l’obbligo di denunciarlo.

    Per contrastare il fenomeno però ci vorrebbero informazione e dialogo. Per questo, sotto il profilo legislativo, occorrerebbe una modifica, per dare la possibilità, al referente sul cyberbullismo non in veste di pubblico ufficiale, di osservare un segreto professionale; ai ragazzi, di chiedere aiuto e potersi confidare; e al dirigente scolastico, di intervenire, anche e soprattutto quando c’e’ di mezzo un reato”. Cruciale, per Isabella Corradini, psicologa sociale e presidente di Themis, è la consapevolezza che il web, i social, rappresentano “uno scenario virtuale in cui avvengono azioni reali” e che “tutto ciò che scriviamo e condividiamo online lascia una scia”. Per questo, il 73,1% di un campione di 2.422 insegnanti di ogni ordine e scuola (ascoltato da Themis nel corso di una ricerca), crede che per l’uso consapevole delle tecnologie digitali sia necessario essere a conoscenza dei rischi.

    A fare il punto sugli illeciti agiti dai cyberbulli è Caterina Flick, penalista specializzata in Diritto dell’informazione e privacy: “I cyberbulli possono violare la privacy, creare una lesione ingiustificata della reputazione, commettere atti di estorsione, razzismo e stalking- spiega Flick- Il cyberbullismo e’ di fatto una prepotenza online fatta in rete in modo continuato da una persona o da un gruppo contro una vittima”. Viralità e velocità rendono il web una potentissima cassa di risonanza, con cui, secondo Simona Petrozzi, web reputation specialist di SIRO Consulting, occorre fare i conti:

    “Spesso alcune persone non sono sui social perche’ non vogliono essere online, ma si tratta di un’illusione- spiega Petrozzi- Anche se non lo scegliamo volontariamente, infatti, sono gli altri a metterci online”. Esiste, quindi, una reputazione volontaria e una reputazione involontaria e “solo attraverso una cura della reputazione online e una corretta manutenzione dei propri profili social- conclude Petrozzi- si puo’ combattere il cyberbullismo, partendo dalla cultura dell’importanza del dato personale sul web”.

    (fonte DIRE)

    ‘Cyberbullismo e web reputation: regole di comportamento sociale e strumenti di prevenzione’

    Social Networks, diritto alla privacy e reputazione delle imprese

    Il recente Regolamento 2016/679, oltre a rafforzare la disciplina della protezione dei dati personali, si è preoccupato di affrontare le questioni connesse all’affermazione delle nuove tecnologie e di offrire una piena dignità al «diritto all’oblio», richiamato sin nelle premesse della fonte (considerando 64 e considerando 65).

    Il «diritto all’oblio», peraltro già oggetto di specifico riconoscimento in ambito nazionale, anche grazie a numerosi provvedimenti, è al centro di un intenso dibattito, che impone un bilanciamento tra opposte esigenze (quella di informare, da una parte, e quella di offrire piena tutela ai dati personali e all’identità personale, dall’altra). Se è vero che il problema attuale è legato ai rapporti tra «memoria individuale e memoria sociale», anche in virtù del reperimento di fonti e di informazioni nel web e nei social media, allora, come scritto da Stefano Rodotà, «il diritto all’oblio può pericolosamente inclinare verso la falsificazione della realtà e divenire strumento per limitare il diritto all’informazione». La questione del bilanciamento tra opposte esigenze sta alla base delle problematiche legate allo sviluppo di quella che il Legislatore europeo ha chiamato per primo «Società dell’Informazione», in cui la comunicazione e la diffusione di qualsiasi tipo di “sapere” assume un ruolo fondamentale per lo sviluppo degli individui e delle imprese. La Suprema Corte ha chiarito che è sempre l’interesse pubblico che giustifica la violazione di quell’aspetto della dignità – riservatezza che è definito «diritto all’oblio» (Cass. pen., sez. I, 8 gennaio 2015, n. 13941). In sintesi, la Cassazione ha richiamato l’«impostazione classica», che tende a collocare il diritto entro i confini di concetti noti e affermati come la dignità e la riservatezza e, più in generale, nell’alveo dei diritti della personalità, dovendosi riconoscere all’individuo il diritto di cambiare, di trasformarsi, di crescere, lasciandosi alle spalle un passato, anche pesante. Di sicuro, se di diritto si dovesse parlare, non si potrebbe non cogliere quanto lo stesso rappresenti qualcosa di estremamente “fluido”, “dinamico” e, naturalmente, in continua evoluzione.

    Attualmente, due sono i significati attribuibili all’espressione «diritto all’oblio»: se, da una parte, si potrebbe ritenere che il «diritto all’oblio» sia riconducibile al diritto del soggetto interessato alla cancellazione dei propri dati (di «diritto alla cancellazione» parla il nuovo Regolamento europeo in tema di dati personali), da un’altra angolazione, con l’espressione «diritto all’oblio» si potrebbe indicare la pretesa di un soggetto a non vedere riproposte notizie oramai superate e in grado di arrecargli pregiudizio. Tutto molto interessante se non fosse che la natura stessa della rete Internet non agevola l’eliminazione di dati e di informazioni immesse nel Web.

    L’applicazione dei princìpi espressi dal Regolamento 2016/679, già complicata nell’ambito della «rete delle reti», diviene ancora più problematica con riferimento specifico ai social networks, l’accesso ai quali, frequentemente, costringe gli utenti a «spogliarsi» quasi di tutti i diritti, in ragione dell’adesione alle «condizioni di uso», che – di fatto – impone il rilascio di una serie di autorizzazioni sia con riferimento all’utilizzo dei contenuti creati e condivisi dall’utente sia in ordine ai numerosi dati personali immessi nel World Wide Web.

    Del resto, oggi i social networks sono anche i maggiori veicoli di notizie che consentono la formazione della reputazione delle imprese, che, non sempre in grado di cogliere l’importanza di questo asset strategico, risultano incapaci di affrontare le criticità di una rete in grado di trasformare ciascun utente in una fonte (inesauribile) di informazioni replicabili e moltiplicabili senza controllo.

    Non deve quindi stupire che – nel 2015 – Umberto Eco si lasciasse andare a un giudizio al vetriolo, affermando che «i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività: venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel».

    https://www.filodiritto.com/articoli/2018/11/social-networks-diritto-alla-privacy-e-reputazione-delle-imprese.html

    Tripadvisor, le false recensioni per migliorare la reputazione sono reato. State in guardia se tentano di vendervele

    Tripadvisor, le false recensioni per migliorare la reputazione sono reato. State in guardia se tentano di vendervele

    Chi di noi non si è mai affidato a Tripadvisor prima di scegliere il ristorante dove andare a mangiare con gli amici, nella propria città o in viaggio? O prima di decidere l’albergo, il b&b, l’ostello dove andare a dormire quando si è fuori porta, in Europa o dall’altra parte del mondo? Per moltissimi della comunità web, il gufetto con gli occhi uno rosso e uno verde è un vero e proprio punto di riferimento, una sorta di enciclopedia condivisa e sempre aggiornata. Se quindi i clienti di tutto il mondo usano consultare il simpatico gufo, gli esercenti tengono molto a ciò che di loro si dice sulla piattaforma, traendo vantaggi o svantaggi non indifferenti da buone o cattive recensioni.

    La ragion d’essere di un sito come Tripadvisor è quella di raccontare la verità. Chi usa consultarlo, infatti, continua a farlo solo se sa di potersi fidare del giudizio di valore espresso da chi è “passato” prima di lui. In teoria, chiunque scelga di esprimere la propria opinione sulla piattaforma a proposito di un determinato luogo sarebbe quindi tenuto a condividere l’esperienza in modo sincero e disinteressato. Tuttavia, nella pratica, le cose potrebbero andare diversamente. È infatti nato un vero e proprio mestiere che consiste nel vendere pacchetti di recensioni agli esercenti in modo da garantire loro una buona reputazione sul web. I pacchetti sono solitamente alla portata di tutti: poche centinaia di euro per avere una serie di recensioni false. Dichiarare il falso però è sempre un rischio. In questo caso che tipo di rischio? In cosa si può realmente incorrere? E soprattutto, chi ne è veramente consapevole?

    Il mondo web è sottovalutato dai molti che non si rendono conto dei pericoli e dei reati che ogni giorno si possono consumare. Per questo motivo è necessaria una particolare attenzione. L’invito è rivolto, ad esempio, a chi – a partita Iva – ha un’attività commerciale o professionale magari in calo, o a chi ha appena generato la propria start-up e vorrebbe vederla decollare. Ma anche a chi, magari ancora studente, voglia arrotondare senza troppo sforzo. Infatti, se una sedicente società di servizi internet si propone di vendere un pacchetto di recensioni che porteranno grandi vantaggi al ristorante, al bed & breakfast, al locale o – più in generale – all’attività e/o servizio che offrite, state in guardia. Il medesimo consiglio, peraltro, è rivolto a chi ha ricevuto la proposta di scrivere recensioni false in cambio di alcune decine di euro a testo.

    Vendere falsi feedback sui social media può far scattare un procedimento penale. A denunciare potrebbe essere un commerciante concorrente sospettoso o la stessa piattaforma su cui è stato inserito il testo, così come è avvenuto nel caso deciso lo scorso giugno dal Tribunale di Lecce. I giudici, con una delle prime sentenze sul tema, hanno stabilito che scrivere recensioni false nascondendosi dietro false identità è un reato. Si tratta di “sostituzione di persona” ex art. 494 cod. pen. Il caso riguardava il proprietario di un portale di promozione turistica che vendeva pacchetti di recensioni false ai business dell’ospitalità in Italia. La segnalazione è partita da Tripadvisor, costituitosi poi parte civile nel processo. Le indagini sono state condotte dalla polizia postale, in grado di recuperare l’ID di connessione a Internet tramite il quale veniva attuata la truffa.

    La causa è terminata con una condanna per il proprietario del portale a nove mesi di carcere e al pagamento di 8mila euro tra spese legali e risarcimento danni. “Le truffe su recensioni a pagamento – aziende o individui che ‘vendono’ recensioni false a proprietari di business – sono una violazione della legge in numerose giurisdizioni, ma questo è uno dei primi casi di esecuzione di una sentenza che ha portato a una condanna penale”, così si legge nella nota della famosa Community web. Secondo i giudici una siffatta condotta viola non solo le regole civilistiche della piattaforma, ma genera anche un ingiusto profitto a discapito degli altri. A rischiare però non è solo chi fa recensioni non veritiere positive, ma anche chi lascia opinioni negative senza una giustificazione. Queste ultime, infatti, possono essere causa di querela per diffamazione aggravata perché attuata mediante Internet.

    Brad Young, Vp, Associate General Counsel di TripAdvisor ha dichiarato: “Crediamo che si tratti di una sentenza storica per Internet. Scrivere recensioni false ha sempre rappresentato una violazione della legge ma questa è la prima volta che, come risultato, il truffatore è stato mandato in prigione”. Che la sentenza del Tribunale di Lecce riesca a essere un monito (e un invito all’onestà, alla correttezza e alla lealtà) per tutti coloro che si interfacciano con il mondo web – che siano lavoratori autonomi, commercianti navigati o da poco sul mercato, o ancora giovani fondatori di start-up? Non lo sappiamo, ma di certo lo speriamo.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/11/21/tripadvisor-le-false-recensioni-sono-reato-state-in-guardia-se-tentano-di-vendervele/4765171/