Cyberbullismo e web reputation: regole di comportamento sociale e strumenti di prevenzione

     

    Il Cyberbullismo e tutte le sue pericolose derivazioni all’interno del Convegno: ‘Cyberbullismo e web reputation: regole di comportamento sociale e strumenti di prevenzione’.

    Flaming, trickery, happy slapping, cyberstalking, sexting. Sono alcune delle principali declinazioni del cyberbullismo di cui si è discusso stamattina nella sede del Consiglio di Stato a Roma con oltre 80 studenti di diversi istituti romani nel corso del convegno ‘Cyberbullismo e web reputation: regole di comportamento sociale e strumenti di prevenzione’.

    È proprio la comprensione dell’importanza della cura della propria e dell’altrui reputazione online, secondo i relatori, uno degli elementi chiave per combattere il fenomeno, sempre più diffuso dentro e fuori le mura scolastiche. Principali strumenti di prevenzione sono l’ascolto e l’informazione, accanto all’individuazione di diverse figure di riferimento per i ragazzi. Genitori, polizia postale, garante privacy, ma anche assistenti sociali, psicologi, medici, che possono garantire alla vittima la possibilità di confidarsi e ricevere protezione.

    Più complesso, nella normativa vigente, il ruolo degli insegnanti: “La legge, che ha il difetto di fondo di essere troppo poliziesca, dice che bisogna istituire nelle scuole il referente contro il cyberbullismo- spiega Francesco Gambato Spisani, consigliere di Stato della sesta sezione giurisdizionale- Il referente deve essere un docente, cioè un pubblico ufficiale che risponde al suo dirigente scolastico che, se viene a conoscenza di un reato, ha l’obbligo di denunciarlo.

    Per contrastare il fenomeno però ci vorrebbero informazione e dialogo. Per questo, sotto il profilo legislativo, occorrerebbe una modifica, per dare la possibilità, al referente sul cyberbullismo non in veste di pubblico ufficiale, di osservare un segreto professionale; ai ragazzi, di chiedere aiuto e potersi confidare; e al dirigente scolastico, di intervenire, anche e soprattutto quando c’e’ di mezzo un reato”. Cruciale, per Isabella Corradini, psicologa sociale e presidente di Themis, è la consapevolezza che il web, i social, rappresentano “uno scenario virtuale in cui avvengono azioni reali” e che “tutto ciò che scriviamo e condividiamo online lascia una scia”. Per questo, il 73,1% di un campione di 2.422 insegnanti di ogni ordine e scuola (ascoltato da Themis nel corso di una ricerca), crede che per l’uso consapevole delle tecnologie digitali sia necessario essere a conoscenza dei rischi.

    A fare il punto sugli illeciti agiti dai cyberbulli è Caterina Flick, penalista specializzata in Diritto dell’informazione e privacy: “I cyberbulli possono violare la privacy, creare una lesione ingiustificata della reputazione, commettere atti di estorsione, razzismo e stalking- spiega Flick- Il cyberbullismo e’ di fatto una prepotenza online fatta in rete in modo continuato da una persona o da un gruppo contro una vittima”. Viralità e velocità rendono il web una potentissima cassa di risonanza, con cui, secondo Simona Petrozzi, web reputation specialist di SIRO Consulting, occorre fare i conti:

    “Spesso alcune persone non sono sui social perche’ non vogliono essere online, ma si tratta di un’illusione- spiega Petrozzi- Anche se non lo scegliamo volontariamente, infatti, sono gli altri a metterci online”. Esiste, quindi, una reputazione volontaria e una reputazione involontaria e “solo attraverso una cura della reputazione online e una corretta manutenzione dei propri profili social- conclude Petrozzi- si puo’ combattere il cyberbullismo, partendo dalla cultura dell’importanza del dato personale sul web”.

    (fonte DIRE)

    ‘Cyberbullismo e web reputation: regole di comportamento sociale e strumenti di prevenzione’

    Social Networks, diritto alla privacy e reputazione delle imprese

    Il recente Regolamento 2016/679, oltre a rafforzare la disciplina della protezione dei dati personali, si è preoccupato di affrontare le questioni connesse all’affermazione delle nuove tecnologie e di offrire una piena dignità al «diritto all’oblio», richiamato sin nelle premesse della fonte (considerando 64 e considerando 65).

    Il «diritto all’oblio», peraltro già oggetto di specifico riconoscimento in ambito nazionale, anche grazie a numerosi provvedimenti, è al centro di un intenso dibattito, che impone un bilanciamento tra opposte esigenze (quella di informare, da una parte, e quella di offrire piena tutela ai dati personali e all’identità personale, dall’altra). Se è vero che il problema attuale è legato ai rapporti tra «memoria individuale e memoria sociale», anche in virtù del reperimento di fonti e di informazioni nel web e nei social media, allora, come scritto da Stefano Rodotà, «il diritto all’oblio può pericolosamente inclinare verso la falsificazione della realtà e divenire strumento per limitare il diritto all’informazione». La questione del bilanciamento tra opposte esigenze sta alla base delle problematiche legate allo sviluppo di quella che il Legislatore europeo ha chiamato per primo «Società dell’Informazione», in cui la comunicazione e la diffusione di qualsiasi tipo di “sapere” assume un ruolo fondamentale per lo sviluppo degli individui e delle imprese. La Suprema Corte ha chiarito che è sempre l’interesse pubblico che giustifica la violazione di quell’aspetto della dignità – riservatezza che è definito «diritto all’oblio» (Cass. pen., sez. I, 8 gennaio 2015, n. 13941). In sintesi, la Cassazione ha richiamato l’«impostazione classica», che tende a collocare il diritto entro i confini di concetti noti e affermati come la dignità e la riservatezza e, più in generale, nell’alveo dei diritti della personalità, dovendosi riconoscere all’individuo il diritto di cambiare, di trasformarsi, di crescere, lasciandosi alle spalle un passato, anche pesante. Di sicuro, se di diritto si dovesse parlare, non si potrebbe non cogliere quanto lo stesso rappresenti qualcosa di estremamente “fluido”, “dinamico” e, naturalmente, in continua evoluzione.

    Attualmente, due sono i significati attribuibili all’espressione «diritto all’oblio»: se, da una parte, si potrebbe ritenere che il «diritto all’oblio» sia riconducibile al diritto del soggetto interessato alla cancellazione dei propri dati (di «diritto alla cancellazione» parla il nuovo Regolamento europeo in tema di dati personali), da un’altra angolazione, con l’espressione «diritto all’oblio» si potrebbe indicare la pretesa di un soggetto a non vedere riproposte notizie oramai superate e in grado di arrecargli pregiudizio. Tutto molto interessante se non fosse che la natura stessa della rete Internet non agevola l’eliminazione di dati e di informazioni immesse nel Web.

    L’applicazione dei princìpi espressi dal Regolamento 2016/679, già complicata nell’ambito della «rete delle reti», diviene ancora più problematica con riferimento specifico ai social networks, l’accesso ai quali, frequentemente, costringe gli utenti a «spogliarsi» quasi di tutti i diritti, in ragione dell’adesione alle «condizioni di uso», che – di fatto – impone il rilascio di una serie di autorizzazioni sia con riferimento all’utilizzo dei contenuti creati e condivisi dall’utente sia in ordine ai numerosi dati personali immessi nel World Wide Web.

    Del resto, oggi i social networks sono anche i maggiori veicoli di notizie che consentono la formazione della reputazione delle imprese, che, non sempre in grado di cogliere l’importanza di questo asset strategico, risultano incapaci di affrontare le criticità di una rete in grado di trasformare ciascun utente in una fonte (inesauribile) di informazioni replicabili e moltiplicabili senza controllo.

    Non deve quindi stupire che – nel 2015 – Umberto Eco si lasciasse andare a un giudizio al vetriolo, affermando che «i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività: venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel».

    https://www.filodiritto.com/articoli/2018/11/social-networks-diritto-alla-privacy-e-reputazione-delle-imprese.html

    Tripadvisor, le false recensioni per migliorare la reputazione sono reato. State in guardia se tentano di vendervele

    Tripadvisor, le false recensioni per migliorare la reputazione sono reato. State in guardia se tentano di vendervele

    Chi di noi non si è mai affidato a Tripadvisor prima di scegliere il ristorante dove andare a mangiare con gli amici, nella propria città o in viaggio? O prima di decidere l’albergo, il b&b, l’ostello dove andare a dormire quando si è fuori porta, in Europa o dall’altra parte del mondo? Per moltissimi della comunità web, il gufetto con gli occhi uno rosso e uno verde è un vero e proprio punto di riferimento, una sorta di enciclopedia condivisa e sempre aggiornata. Se quindi i clienti di tutto il mondo usano consultare il simpatico gufo, gli esercenti tengono molto a ciò che di loro si dice sulla piattaforma, traendo vantaggi o svantaggi non indifferenti da buone o cattive recensioni.

    La ragion d’essere di un sito come Tripadvisor è quella di raccontare la verità. Chi usa consultarlo, infatti, continua a farlo solo se sa di potersi fidare del giudizio di valore espresso da chi è “passato” prima di lui. In teoria, chiunque scelga di esprimere la propria opinione sulla piattaforma a proposito di un determinato luogo sarebbe quindi tenuto a condividere l’esperienza in modo sincero e disinteressato. Tuttavia, nella pratica, le cose potrebbero andare diversamente. È infatti nato un vero e proprio mestiere che consiste nel vendere pacchetti di recensioni agli esercenti in modo da garantire loro una buona reputazione sul web. I pacchetti sono solitamente alla portata di tutti: poche centinaia di euro per avere una serie di recensioni false. Dichiarare il falso però è sempre un rischio. In questo caso che tipo di rischio? In cosa si può realmente incorrere? E soprattutto, chi ne è veramente consapevole?

    Il mondo web è sottovalutato dai molti che non si rendono conto dei pericoli e dei reati che ogni giorno si possono consumare. Per questo motivo è necessaria una particolare attenzione. L’invito è rivolto, ad esempio, a chi – a partita Iva – ha un’attività commerciale o professionale magari in calo, o a chi ha appena generato la propria start-up e vorrebbe vederla decollare. Ma anche a chi, magari ancora studente, voglia arrotondare senza troppo sforzo. Infatti, se una sedicente società di servizi internet si propone di vendere un pacchetto di recensioni che porteranno grandi vantaggi al ristorante, al bed & breakfast, al locale o – più in generale – all’attività e/o servizio che offrite, state in guardia. Il medesimo consiglio, peraltro, è rivolto a chi ha ricevuto la proposta di scrivere recensioni false in cambio di alcune decine di euro a testo.

    Vendere falsi feedback sui social media può far scattare un procedimento penale. A denunciare potrebbe essere un commerciante concorrente sospettoso o la stessa piattaforma su cui è stato inserito il testo, così come è avvenuto nel caso deciso lo scorso giugno dal Tribunale di Lecce. I giudici, con una delle prime sentenze sul tema, hanno stabilito che scrivere recensioni false nascondendosi dietro false identità è un reato. Si tratta di “sostituzione di persona” ex art. 494 cod. pen. Il caso riguardava il proprietario di un portale di promozione turistica che vendeva pacchetti di recensioni false ai business dell’ospitalità in Italia. La segnalazione è partita da Tripadvisor, costituitosi poi parte civile nel processo. Le indagini sono state condotte dalla polizia postale, in grado di recuperare l’ID di connessione a Internet tramite il quale veniva attuata la truffa.

    La causa è terminata con una condanna per il proprietario del portale a nove mesi di carcere e al pagamento di 8mila euro tra spese legali e risarcimento danni. “Le truffe su recensioni a pagamento – aziende o individui che ‘vendono’ recensioni false a proprietari di business – sono una violazione della legge in numerose giurisdizioni, ma questo è uno dei primi casi di esecuzione di una sentenza che ha portato a una condanna penale”, così si legge nella nota della famosa Community web. Secondo i giudici una siffatta condotta viola non solo le regole civilistiche della piattaforma, ma genera anche un ingiusto profitto a discapito degli altri. A rischiare però non è solo chi fa recensioni non veritiere positive, ma anche chi lascia opinioni negative senza una giustificazione. Queste ultime, infatti, possono essere causa di querela per diffamazione aggravata perché attuata mediante Internet.

    Brad Young, Vp, Associate General Counsel di TripAdvisor ha dichiarato: “Crediamo che si tratti di una sentenza storica per Internet. Scrivere recensioni false ha sempre rappresentato una violazione della legge ma questa è la prima volta che, come risultato, il truffatore è stato mandato in prigione”. Che la sentenza del Tribunale di Lecce riesca a essere un monito (e un invito all’onestà, alla correttezza e alla lealtà) per tutti coloro che si interfacciano con il mondo web – che siano lavoratori autonomi, commercianti navigati o da poco sul mercato, o ancora giovani fondatori di start-up? Non lo sappiamo, ma di certo lo speriamo.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/11/21/tripadvisor-le-false-recensioni-sono-reato-state-in-guardia-se-tentano-di-vendervele/4765171/

    Web reputation aziendale, sfida del terzo millennio

    Con una sentenza emessa lo scorso settembre, il Tribunale di Parigi ha condannato la filiale francese di Google a corrispondere una penale giornaliera di mille euro fintanto che, determinati collegamenti a contenuti diffamatori, non saranno rimossi dai risultati offerti dal motore di ricerca. Questa pronuncia ribadisce i fondamentali principi in materia di diritto all’oblio già stabiliti dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea con la sentenza del 13 maggio scorso. In primo luogo il motore di ricerca è tenuto a rimuovere quei collegamenti a contenuti che siano inadeguati, non pertinenti o non più pertinenti. In secondo luogo, considerato che «le attività degli operatori dei motori di ricerca e quelle delle società collegate situate nei vari stati membri sono intrinsecamente collegate», è possibile dichiarare la responsabilità di una delle divisioni locali del motore di ricerca anche per gli illeciti direttamente connessi dalla capo gruppo e – quindi come nel caso di specie – emettere una condanna inibitoria direttamente nei confronti di detta filiale.

    A questo fatto, di per sé già emblematico, fa seguito, in Italia, una consultazione pubblica sulla carta dei diritti su internet, elaborata nei mesi scorsi da una Commissione mista di parlamentari, esperti e società civile, voluta dal presidente della Camera Laura Boldrini e presieduta da Stefano Rodotà. Un testo di 14 articoli, tra cui il diritto all’identità personale, all’anonimato ed all’oblio, fino alla sicurezza delle reti e nelle reti e ai principi cui deve ispirarsi il governo di Internet.

    Il dibattito sugli effetti che notizie, commenti, immagini, video possono avere sull’immagine e la notorietà di un’impresa, è insomma un dibattito di grande attualità e Affari Legali ha sentito alcuni avvocati esperti di Ip per capire quali sono oggi gli strumenti a difesa dell’immagine delle aziende in rete. «La reputazione aziendale», spiega Gian Paolo Di Santo partner responsabile del dipartimento Ip/It di Pavia e Ansaldo, «intesa come la percezione che il pubblico ha della capacità di un’impresa di conseguire risultati positivi, sotto il profilo oggettivo è l’immagine dell’impresa, mentre, sotto il profilo soggettivo, è la reputazione personale dei soggetti che rappresentano l’ente. La reputazione aziendale oggettivamente valutata costituisce un vero e proprio asset, di rilevante valore economico, in grado di influenzare le scelte di mercato dei consumatori. E’ tutelata dal principio codicistico che vieta atti di concorrenza sleale perpetrati con mezzi non conformi ai principi di correttezza professionale e volti, direttamente o indirettamente, a danneggiare l’altrui azienda (art. 2598, co. 3, c.c.)»

    «La web reputationha due profili, uno attivo e uno reattivo» spiega Luigi Manna, co-fondatore di Martini Manna. «Sotto il profilo attivo, occorre considerare che grazie alla Rete il rapporto tra aziende e clienti non è più solo dall’alto verso il basso. Piuttosto che lasciare all’anarchia della Rete la propria reputation, bisogna cercare di prenderne le redini. Dunque, incanalare l’opinione del pubblico sul proprio prodotto o servizio tramite la creazione di pagine ufficiali su tutti i social network; incoraggiare i commenti degli utenti; promuovere l’interazione diretta del cliente con l’azienda; essere trasparenti e rispondere anche alle critiche negative. Se l’abuso è fuori dalla diretta sfera di controllo dell’azienda la reazione immediata può essere la diffida e, se questa non ha seguito, il ricorso urgente per la rimozione del contenuto lesivo dallo spazio che lo ospita, eventualmente nei confronti dell’host provider», conclude Manna.

    Secondo Stefano Previti, name partner dello Studio Previti Associazione Professionale, «i contenuti presenti sul web si caratterizzano per facilità di accesso e diffusione oltre che per il tempo di permanenza nella disponibilità al pubblico. Spesso sono gli stessi utenti ad assumere un ruolo determinante nella cd. brand reputation: affermazioni false e giudizi non veritieri possono creare danni irreparabili all’attività di qualsiasi impresa». Indispensabile che le aziende si avvalgano di sistemi di monitoraggio costante. «È determinante il ruolo degli intermediari che creano e gestiscono le infrastrutture digitali sulle quali sono ospitati, organizzati ed indicizzati, i dati rilevanti: questi diffondono le informazioni relative alle aziende costruendo al contempo business milionari, anche grazie a tali contenuti. Infatti, i danni maggiori sono spesso arrecati attraverso i servizi resi dai detti intermediari che, quando non agiscono in via diretta, accolgono e fanno propri contenuti smaccatamente diffamatori e proteggono, dietro un inesistente diritto all’anonimato, gli autori materiali degli illeciti, garantendo loro un’inaccettabile forma di impunità» conclude.

    Parla della propria esperienza di studio Francesca Ferrero, responsabile del dipartimento di diritto societario e commerciale di Trevisan & Cuonzo (lo studio ha assistito il legale rappresentante di una società finanziaria, cui erano stati legati commenti diffamatori ed oltraggiosi – spesso in associazione ad immagini oscene – attraverso la pubblicazione virale su un gran numero di forum, blog e siti web, con indicizzazione molto elevata dai motori di ricerca). «Abbiamo agito nei confronti del motore di ricerca e dei diversi siti web al fine di ottenere la rimozione dei commenti oltraggiosi», racconta Ferrero. «La nostra attività, in collaborazione con un’agenzia specializzata nel settore dell’online reputation management, si è svolta su un duplice fronte, tecnico e legale. In alcuni casi sono state esperite le procedure online specificamente previste dal motore di ricerca e da alcuni dei siti che ospitavano i commenti lesivi, mentre in altri casi, ovvero là dove le procedure online non sono risultate soddisfacenti e sufficienti, sono state inviate lettere di diffida volte ad ottenere la rimozione integrale di tutti i contenuti diffamatori nei confronti del nostro assistito».

    Una lesione della reputazione può derivare anche da fenomeni di pirateria online. «Mediaset ha da anni intrapreso una battaglia per la tutela del diritto di autore e dei propri investimenti sui contenuti» commenta Stefano Longhini, responsabile contenzioso broadcasting di Mediaset. «Una battaglia, allora di avanguardia, ma della quale oggi tutti hanno capito l’importanza vitale per il settore. La pirateria uccide la creazione. Se ciò che è creato non viene remunerato e protetto in futuro nessuno creerà più nulla. Mediaset combatte quotidianamente contro la pirateria, nei tribunali, a fianco delle istituzioni, ma la lotta è anche culturale: è fondamentale fare capire ai giovani che chi pirata altro non fa che distruggere le fonti di cultura ed intrattenimento del futuro».

    «La lesione della reputazione altrui a mezzo internet è un reato, ed è fonte di obbligazione risarcitoria, esattamente come accade per qualsiasi altro mezzo. La differenza non sta nel principio giuridico, ma nelle sue modalità di applicazione: Internet consente un maggior livello di anonimato nell’offesa e di elusione di responsabilità» sottolinea Giuseppe Rossi, partner dello studio legale associato Rmdm. «Si tratta di fenomeni da contrastare, in particolare distinguendo i soggetti che svolgono funzioni meramente tecniche rispetto a coloro che, anche in forma anonima, hanno l’interesse e la possibilità di esercitare un controllo sul contenuto. Rifiutare una funzione di controllo, e la conseguente responsabilità, aprendo per se stessi od altri aree di immunità nella lesione della reputazione altrui, non è una difesa».

    Per Marco Bellezza, senior associate di Portolano Cavallo Studio Legale, «non meno insidiose possono essere le minacce che provengono dall’interno dell’organizzazione aziendale nella considerazione che ogni singolo account su un social network di un dipendente o responsabile aziendale, se non utilizzato in maniera opportuna, può rappresentare una potenziale minaccia per la reputazione aziendale. In questo quadro è necessario, e di sovente assistiamo clienti in tale direzione, da un lato lavorare in termini di education rafforzando la consapevolezza aziendale su questi temi e, dall’altro prevedere policy interne che con la dovuta flessibilità siano idonee a regolare la presenza sui social network e definire le strategie di intervento più efficaci nella situazione di emergenza».

    «La comunicazione in rete è veloce, ma anche priva di localizzazione spaziale e temporale», commenta Francesca Ferrari, of counsel di Giliberti, Pappalettera, Triscornia e associati, head dell’Ip practice e professore aggregato diritto processuale civile presso l’Università dell’Insubria. «In caso di violazione dei diritti perpetrata via web emergono i temi legati all’individuazione del Paese dotato di giurisdizione, della legge applicabile ed anche al bilanciamento dei diritti all’oblio e alla libertà di espressione. L’imprenditore non può che raccogliere la sfida della rete, il suo avvocato ha il compito di individuare la miglior strategia all’interno dell’azienda, di monitoraggio e, ove occorra, di tutela. Il nostro Paese è, in questo settore, ben più felice di quanto non lo sia la sua immagine, basti pensare alla tutela cautelare e ai tribunali dell’impresa.

    Web reputation aziendale, sfida del terzo millennio

    Le 10 città con la reputazione migliore: ci sono anche Venezia e Roma

    Fra le grandi città del mondo, quest’anno è Tokyo quella che gode della reputazione migliore in assoluto, davanti a Sydney e Copenaghen. Sono i risultati della ricerca City RepTrak 2018 condotta dal Reputation Institute, una società specializzata nella valutazione di come vengono percepiti aziende, istituzioni, stati e città dal grande pubblico.

    I CRITERI DI GIUDIZIO
    Il sistema di ranking è costruito a partire da un vasto sondaggio condotto fra oltre 12mila persone che vivono nei paesi del G8 (Italia compresa, quindi), chiamate a fornire le loro valutazioni in base a vari criteri sulle città selezionate. I tre fattori che più di tutti fanno la differenza sono la sicurezza, la bellezza e come la città viene governata. Da notare che, per la prima volta in sette anni, la bellezza non è più considerata l’elemento principale nella definizione della reputazione, superata dalla sicurezza: uno specchio dei tempi.

    Le 56 città sottoposte al sondaggio sono state scelte per rilevanza in base alla loro economia, al numero di abitanti e alla riconoscibilità a livello internazionale.

    VINCE TOKYO
    Assente nella top 10 dell’anno scorso, Tokyo ha visto un’impennata nella sua reputazione guadagnando in un colpo solo ben undici posizioni, piazzandosi sul gradino più alto del podio. Interessante che delle prima dieci classificate nel 2017,solo quattro abbiano mantenuto il loro status: Sydney, Copenaghen, Vienna e Stoccolma, mentre le altre sei sono new entry.

    Uno sconvolgimento notevole nella lista delle migliori, che testimonia quanto la reputazione percepita delle città sia soggetta a rapide fluttuazioni.

    BENE L’ITALIA
    Nelle prime dieci, forse un po’ a sorpresa, si piazzano due città italiane, Venezia al sesto posto e Roma al settimo, trainate soprattutto da considerazioni emotive. Tuttavia, Roma è anche una delle città dove si registra la maggiore discrepanza fra giudizio “di pancia” e giudizio razionale. Insomma, emoziona come nessun’altra, ma analizzata a mente fredda non soddisfa appieno le aspettative; secondo gli analisti, se dovesse esaurirsi la sua riserva di fascino, nei prossimi anni potrebbe tornare a scendere.

    L’unica altra italiana delle 56 città prese in esame è Milano, passata in un anno dal nono posto al quattordicesimo.

    MOSCA, IL FANALINO DI CODA
    Ultima delle 56 grandi città si piazza la capitale russa, percepita come quella con la reputazione peggiore, sebbene i suoi cittadini le abbiano conferito un punteggio molto alto. La meno sicura in assoluto risulta essere Città del Messico.

    LA TOP 10
    1. Tokyo
    2. Sydney
    3. Copenaghen
    4. Vienna
    5. Stoccolma
    6. Venezia
    7. Roma
    8. Zurigo
    9. Monaco
    10. Montreal

    Fonte   https://www.quotidiano.net/magazine/citta-reputazione-migliore-1.4112961

    Reputazione online: sottovalutarla ti porta al disastro. 4 casi

    In questo articolo cercheremo di dare all’utente la percezione di quanto sia importante la reputazione aziendale, citando quattro casi in cui il web, e il modo sbagliato di gestire la propria immagine digitale, ha provocato un vero e proprio disastro, capace di mettere in crisi quattro marchi enormi come United Airlines, Domino’s Pizza, Amazon ed Apple.

    La reputazione di United Airlines, distrutta da una chitarra
    Era il 2009, quando Dave Carroll, si imbarca su un volo della United Airlines per un viaggio di lavoro. Dave è un musicista, il leader della band musicale “Sons of Maxwell“, e il suo viaggio si svolge nella più assoluta normalità e tranquillità. I problemi iniziano quando vengono scaricati i bagagli: la sua chitarra preferita, dal valore considerevole di 3500 dollari è rotta, inutilizzabile.

    Le proteste non tardano a farsi sentire, ma non si riesce a trovare il responsabile, che potrebbe essere qualcuno all’aeroporto di partenza o di destinazione. Il fatto prosegue per nove mesi, perchè Dave intraprende una snervante lotta con il servizio clienti della United nel tentativo di farsi rimborsare il valore dell’oggetto. Alla fine la risposta della compagnia è netta: nessun rimborso od omaggio. Niente da fare.

    Peccato che Dave è un musicista, e frustrato dalla situazione e dalla impossibilità di far valere i suoi diritti di fronte ad una azienda di dimensioni internazionali, si sfoga in un pezzo dal titolo significativo: “United Breaks Guitars”. Nel video, Daveè seduto su uno sgabello e canta le sue peripezie, prima che l’immagine cambi visualizzando altre scene come una serie di chitarre rotte sulla pista di decollo di un aeroporto, dei messicani che condividono la sua stessa difficoltà, fino alla ripresa della chitarra incriminata, rotta e penzolante. Il materiale viene diffuso su YouTube e in breve tempo diventa virale, come un manifesto contro i soprusi dei cittadini.

    E’ un successo: al momento in cui scriviamo il video è stato visualizzato da ormai 15 milioni di persone, e la storia di Dave è diventata sia un libro, in vendita nelle librerie o scaricabile in formato ebook, acquistato da tutti coloro che vogliono criticare i grandi marchi, ma soprattutto un movimento. Da ora in poi “United Breaks Guitars” sarà considerata per sempre come il simbolo di un singolo che non riesce ad avere giustizia di un torto subito. E “United”, il nome dell’azienda, non potrà più essere separato da questo fatto negativo, che ha calcato persino le pagine del New York Times.

    Domino’s. La reputazione colpita da uno scherzo

    Siamo ancora nel 2009, e ci troviamo nelle cucine di una filiale di Domino’s Pizza. Qui in Italia non è molto conosciuta, ma negli Stati Uniti la Domino’s è una vera icona, una catena di fast food dalle immense proporzioni, seconda solamente a McDonald’s e Burger King.

    Un dipendente, Michael Sotzer sta preparando dei panini per i clienti, e davanti al fornello gioca e scherza con il cibo. Si infila un pezzetto di formaggio nel naso e poi lo appoggia sulla fetta di pane, poi avvicina una fetta di salame strusciandola sul didietro e la infila in un hot dog. La scena viene ripresa dalla sua collega Kristy Hammonds, che fra una risata e l’altra, cerca di descrivere la scena.

    Lo scherzo viene caricato su YouTube e per la Domino’s è un vero disastro. La facilità e comodità dei fast food ha un solo altro lato della medaglia: la scarsa qualità del cibo e la mancanza di pulizia, tanto che tutte le pubblicità del settore non fanno altro che sminuire e contraddire questo elemento, ben sapendo che si tratta della più forte resistenza all’acquisto. E il video non fa altro che colpire laddove la Domino’s, e tutti i concorrenti, sono più sensibili.

    La viralità del video è gigantesca e il danno è fatto, e la discussione si sposta su Twitter, dove acquisisce ancora più forza e danneggia in modo importante il marchio della catena di fast food. I due ormai ex dipendenti sono stati processati e condannati per aver alterato dei cibi a danno dei clienti della Domino’s. Gli esperti SEO assoldati dall’azienda hanno dovuto fare i salti mortali: le prime cinque pagine dei risultati di Google legate al nome e al marchio dell’impresa sono state per mesi dominate da questo fenomeno.

    Amazon odia gli omosessuali. Un danno di reputazione online

    E’ l’inizio del 2010, quando uno dei dipendenti del più importante sito del mondo di e-commerce, Amazon, si trova in Francia e si appresta a svolgere le sue normali mansioni. Deve aggiornare alcuni prodotti dell’immenso catalogo del sito, e per una svista, non si accorge di aver compiuto un piccolo errore, modificando erroneamente 57mila articoli online, con un piccolo ma sostanziale difetto.

    L’errore non è immediatamente percepibile, ma nelle settimane successive, tutti i libri che parlano di racconti erotici gay o che hanno l’omosessualità come argomento principale, spariscono dalle statistiche degli oggetti più venduti. Non rimane traccia nemmeno nello storico delle vendite settimanali o mensili, e la cosa inizia ad insospettire il popolo omossessuale che si rivolge ad Amazon per i suoi acquisti.

    Tante le richieste di chiarimenti, fra cui una eccellente: Mark Probst, autore di diverse novelle a sfondo omosessuale, scrive al servizio clienti e ottiene una risposta che vedremo essere fallimentare. In poche righe, il team di Amazon risponde:

    In considerazione di tutto il nostro portafoglio clienti , escludiamo materiale “adulto” dalla visualizzazione in alcune ricerche e best seller . Dal momento che queste liste sono generate utilizzando i volumi di vendita, i materiali per adulti devono essere esclusi da tale funzione.
    L’errore è facilmente intuibile: se Amazon era a conoscenza dell’errore tecnico, ha sbagliato a non ammetterlo subito. Si sarebbe trattato di un semplice disguido, che non avrebbe chiamato in causa un tema tanto delicato quando la discriminazione omosessuale. Se invece lo staff non sapeva la reale origine del problema, ha sbagliato a dare una risposta senza avere eseguito prima una verifica.

    Comunque sia, il disastro era dietro l’angolo, perchè Probst e tutti gli utenti omosessuali hanno prontamente accertato la veridicità di questa affermazione, e hanno scoperto che le storie erotiche, anche piuttosto spinte, a tema eterosessuale erano perfettamente indicizzate e anzi, nella categoria Gay erano rimasti manuali su come prevenire lo sviluppo della omosessualità nei figli. Un clamoroso autogol che ha inchiodato il marchio di Amazon come “omofobo” senza possibilità di appello.

    La rabbia è stata tale, che nel giorno di pasqua di quell’anno, il tema di principale discussione su Twitter fu #amazonfail,con insulti e offese di ogni genere al portale americano. Il trend superò persino la parola “Pasqua” e “Gesù“. Come ciliegina sulla torta, il team di Amazon fu preso alla sprovvista e decise per il silenzio stampa, scegliendo di non rispondere e negare ogni tipo di chiarimento sull’accaduto, cosa che ha ulteriormente confuso e frustrato gli utenti. Un errore tecnico non scoperto, ma soprattutto una errata gestione delle risposte e la non considerazione della sensibilità degli utenti, ha messo in crisi l’immagine di un colosso che, nel suo settore, non conosce concorrenti.

    L’arroganza di Apple: oltre al danno di reputazione la beffa

    Torniamo indietro nel 2006. La nota azienda Apple, con sede a Cupertino, sta sviluppando Asteroid, un dispositivo in grado di registrare musica in un ambiente anche solo leggermente insonorizzato. Obiettivo del prodotto è quello di far confluire la registrazione all’interno della applicazione di editing musicale Garage Band, per portare gli utenti a scegliere i prodotti Apple come piattaforma preferita per lo sviluppo della musica.

    Due giornali, PowerPage e AppleInsider, delle vere autorità nel campo dell’informazione circa i prodotti della Mela, riescono ad ottenere alcuni dettagli sullo sviluppo del prodotto e li pubblicano online. Il danno per l’azienda è piuttosto importante: comunicare l’idea e la sua realizzazione in una fase così prematura del progetto dà il tempo ai concorrenti di preparare delle contromosse, minando l’efficacia di una ardita scelta di business.

    Eppure Apple compie un clamoroso errore: decide di intentare una causa contro i due giornali con un unico obiettivo, quello di farsi rivelare con la forza l’identità delle fonti interne ad Apple che si sono permesse di spifferare dei dati così importanti per tutto il futuro del progetto aziendale. I due media proteggono con estrema forza la segretezza delle loro fonti ma Apple insiste, spiegando che secondo i loro avvocati esistono fonti legittime e illegittime, e vogliono necessariamente conoscere l’identità delle “talpe” in Apple.

    A livello puramente legale, il tribunale degli Stati Uniti non ci mise molto a dichiarare corretto il lavoro dei due giornali, e a difendere non solo il sacrosanto diritto alla cronaca, ma anche alla riservatezza e all’anonimato delle fonti, costringendo Apple a rinunciare alla sua pretesa. Ma soprattutto a livello di reputazione, Apple si lasciò trascinare non tanto dalla rabbia, in quanto sembra improbabile che un team come quello di Cupertino decida di agire mosso dagli istinti e dai sentimenti, quanto dalla volontà di punire e dimostrare che un’azione del genere avrebbe avuto delle conseguenze.

    Peccato che in tutto questo, Apple andò a colpire il concetto di cronaca, libertà di informazione e onestà delle notizie, un tema estremamente caro a tutto il web, un comportamento “arrogante” aggravato dalla posizione di assoluto dominio della Apple nel suo settore, il che rese l’azione ancora più detestabile nel pubblico. Alcuni commenti degli utenti italiani dopo la sentenza di assoluzione per i due giornali fanno ben capire lo scivolone di Cupertino: Ottimo. + tecnologia – arroganza

    quanto vorrei vivere negli USA dove c’è libertà di stampa… qua in Italia la Apple avrebbe vinto in modo schiacciante
    si, sn daccordo con voi! meno male che la Apple ogni tanto se la piglia in quel posto, altrimenti si tornerebbe ai tempi di hitler…uno comanda e tutti ai suoi piedi!
    La reputazione online è fondamentale
    Gli esempi riportati sono perfetti per comprendere quanto un errata gestione delle informazioni, dei processi produttivi, del modo di rispondere alla clientela, ma soprattutto di reagire a quanto accade, è in grado di mettere in crisi delle aziende con elevatissimi investimenti in pubblicità e in immagine.

    Per le PMI italiane, invece, la situazione è ancora più complessa, in quanto generalmente queste non dispongono di enormi budget per risolvere o coprire cadute di immagine come queste. Per tali motivi, è fondamentale comprendere l’importanza della reputazione online, e attuare da subito una strategia di prevenzione, di gestione e di “cura” della propria reputazione online.

    Reputazione online: sottovalutarla ti porta al disastro. 4 casi

    FRASI SULLA REPUTAZIONE

    Per un uomo onesto una buona reputazione vale più di una grandissima eredità.
    (Publilio Siro)

    Un uomo senza stima e reputazione è come un bellissimo uccello senza canto e senza coda.
    (Proverbio cinese)

    Il novanta per cento dei politici rovina la reputazione del restante dieci per cento.
    (Henry Kissinger)

    La reputazione è ciò che gli altri sanno di te. L’onore è ciò che tu sai di te stesso.
    (Lois McMaster Bujold)

    L’onore non coincide con la reputazione. L’onore dipende dalle virtù della persona, non da quello che altri pensano di lei. Le due cose non coincidono anzi spesso sono in antitesi.
    (Roberto Marchesini)

    Preoccupati più della tua coscienza che della reputazione. Perché la tua coscienza è quello che tu sei, la tua reputazione è ciò che gli altri pensano di te. E quello che gli altri pensano di te è problema loro.
    (Charlie Chaplin)

    Se mi prendo cura del mio carattere, la mia reputazione si prenderà cura di se stessa.
    (Dwight L. Moody)

    La reputazione è una veste effimera e convenzionale, guadagnata spesso senza merito e perduta senza colpa.
    (William Shakespeare, Otello)

    Reputazione è cristallo fino e debole canna che ogni aura inchina e ogni respiro appanna.
    (Proverbio)

    La tua reputazione è nelle mani di altri. Ecco cos’è una reputazione. È fuori dal tuo controllo. La sola cosa che puoi controllare è il tuo carattere.
    (Wayne Dyer)

    Il carattere è ciò che Dio e gli angeli conoscono di noi; la reputazione è ciò che gli uomini e le donne pensano di noi.
    (Horace Mann)

    Il carattere è come un albero e la reputazione è come la sua ombra. L’ombra è ciò che pensiamo di esso; l’albero è la cosa reale.
    (Abraham Lincoln)

    La reputazione è una caratteristica talmente rilevante da poter essere definita come il primo prodotto dell’essere umano, il resto: una conseguenza. Essa precede il soggetto, lo anticipa. Predispone un gruppo sociale ad accoglierlo, a rifiutarlo, a combatterlo, a sostenerlo. Una condanna sociale, ben più di una giudiziaria, non lascia scampo.
    (S. Paolo Lampignano)

    La reputazione è un bene prezioso, al punto che la sua lesione è sanzionata da quasi tutte le società.
    (S. Paolo Lampignano)

    Un marchio per un’azienda è come la reputazione per una persona. Ci si guadagna una reputazione cercando di fare bene le cose difficili.
    (Jeff Bezos)

    Una buona reputazione è una collana di perle.
    (Proverbio armeno)

    L’unica cosa peggiore della cattiva salute è la cattiva fama.
    (Gabriel García Márquez)

    La presenza diminuisce la reputazione, l’assenza l’aumenta.
    (Baltasar Gracian)

    Chi pratica la virtù solo nella speranza di acquisire una gran reputazione è prossimo al vizio.
    (Honoré de Balzac)

    La buona reputazione di una donna si basa sul silenzio di tanti uomini.
    (Maurice Chevalier)

    Tutti vorremmo avere la reputazione di essere generosi, e tutti vorremmo comprarla per due soldi.
    (Mignon McLaughlin)

    Un’altra malattia odierna è l’ossessione per la reputazione, che porta le persone a tacere le proprie convinzioni se non conformi alla massa
    (bon1z, Twitter)

    – Alcuni dicono che sei un assassino Van Helsing. Altri dicono che sei un santo… qual è la verità?
    – La verità è nel mezzo, forse…
    (Dal film Van Helsing)

    Le persone sono quasi sempre meglio di ciò che pensano i loro vicini.
    (George Eliot)

    La mia reputazione… la mia re-pu-ta-zio-ne! dice questo sciocco, non è il triste sforzo che sono obbligato a fare per imitare l’immagine falsa che vi fate di me?
    (Paul Valéry)

    Rivolgiti alle donne come se le amassi e a tutti gli uomini come se ti annoiassero: alla fine della stagione, avrai la reputazione di possedere il più perfetto istinto sociale.
    (Oscar Wilde)

    Un tempo la reputazione era soltanto o buona o cattiva, e quando si rischiava una cattiva reputazione (perché si faceva fallimento o perché ci dicevano cornuto) si arrivava a riscattarla col suicidio o col delitto d’onore. Naturalmente tutti aspiravano ad avere una buona reputazione. Ma da tempo il concetto di reputazione ha ceduto il posto a quello di notorietà.
    (Umberto Eco)

    C’è una sola cosa al mondo peggiore di essere sulla bocca di tutti, ed è di non essere sulla bocca di nessuno.
    (Oscar Wilde)

    Meglio una cattiva reputazione che avere dimora nell’oscurità
    (Proverbio persiano)

    Due cose possono in qualche modo sostituire nella vecchiaia l’ingegno e gli spassi: la reputazione e la ricchezza.
    (Luc de Clapiers de Vauvenargues)

    Quello di cui tutti parlano bene possiede il bene di tutto il mondo.
    (Publilio Siro)

    La migliore reputazione è l’onestà.
    (Tom Wilson)

    Ci sono due modi per stabilire la nostra reputazione: essere apprezzati dagli uomini onesti ed essere insultati dai mascalzoni. E’ meglio, comunque, garantirsi il primo, perché sarà invariabilmente accompagnato dal secondo.
    (Charles Caleb Colton)

    Il mondo è talmente corrotto che si acquista la reputazione di persona perbene limitandosi a non fare il male
    (Duca di Lévis)

    Nuovi valori economici come la reputazione e le idee stanno assumendo un’importanza superiore al denaro.
    (Gianroberto Casaleggio)

    Quando sei famoso non devi più fare colpo. Tutti si sono già fatti un’idea su di te ancora prima di incontrarti.
    (Kristen Stewart)

    A fatica si riconquista la reputazione una volta perduta.
    (Publilio Siro)

    La reputazione è più facile farsela che riconquistarla.
    (Roberto Gervaso)

    Una reputazione una volta infranta è possibile che venga riparata, ma il mondo terrà sempre i propri occhi sul punto dove si è verificata la crepa.
    (Joseph Hall)

    Una cattiva ferita si può guarire, ma la cattiva reputazione uccide.
    (Proverbio)

    Ci vogliono vent’anni per costruire una reputazione e cinque minuti per rovinarla. Se pensi a questo, farai le cose in modo diverso.
    (Warren Buffet)

    La reputazione di un uomo è come la sua ombra: gigantesca quando lo precede, di proporzioni minuscole quando lo segue.
    (Talleyrand)

    Non ci si può costruire una reputazione su ciò che si intende fare.
    (Henry Ford)

    Le due cose più importanti non compaiono nel bilancio di un’impresa: la sua reputazione ed i suoi uomini.
    (Henry Ford)

    Inizierò a preoccuparmi della reputazione dell’America nel mondo quando le persone da ogni angolo della terra smetteranno di voler venire qui.
    (Paul Johnson)

    Sono migliore della mia reputazione.
    (Friedrich Schiller)

    Il carattere viene formato da ciò in cui credi; la reputazione da ciò in cui sbagli.
    (Alexander Woollcott)

    In generale è molto meno vergognoso perdere una buona reputazione che non averla mai acquisita.
    (Plinio il Vecchio)

    Una donna che ama poco veglia sulla sua reputazione e teme di perderla; quella che ama molto sacrifica facilmente la propria reputazione all’amore
    (Anonimo)

    Fino a quando non perdi la tua reputazione, non ti renderai mai conto di che fardello fosse.
    (Margaret Mitchell)

    Possediamo due Io, che ci condizionano, sia per quello che siamo sia per come agiamo. Da un lato, c’è la nostra “identità”, composta di esperienze propriocettive, sensazioni fisiche incarnate nel corpo; dall’altro, la nostra “reputazione”, il sistema potentissimo di retroazioni del sé su se stesso che costituisce la nostra identità sociale e che integra nell’autopercezione il come ci vediamo visti.
    (Gloria Origgi)

    C’è stato un tempo in cui la reputazione riguardava in forma più controllata re e regine, imperatori e papi, poi potenti e politici, quindi divi e dive del cinema, e infine tutte le pop star del sistema mediatico. Infine l’io sociale si è dilatato a dismisura e la reputazione è ora parte sostanziale dell’identità di milioni d’individui.
    (Marco Belpoliti)

    Diamo grande valore all’immagine di noi stessi custodita dagli altri, così da essere ossessionati dalla nostra stessa reputazione.
    (Marco Belpoliti)

    La reputazione è una strategia fragile; gli specchi in cui ci moltiplichiamo sono così numerosi che non è facile mantenerne il controllo. Più la reputazione cresce, più è difficile gestirla. Basta un nonnulla, come mostrano casi anche recenti, per perderla, per franare dall’Olimpo degli eletti a quello degli esclusi.
    (Marco Belpoliti)

    Le confessioni possono fare bene all’anima, ma fanno male alla reputazione.
    (Thomas Dewar)

    I filosofi devono la loro reputazione all’importanza dei soggetti di cui si occupano piuttosto che alla maniera con cui li trattano.
    (Etienne de Condillac)

    La reputazione e il credito dipendono soltanto dai quattrini che uno ha in cassaforte.
    (Decimo Giunio Giovenale)

    Raramente la reputazione è proporzionata alla virtù.
    (Charles de Saint-Évremond)

    Chi sa come nasce una reputazione diffiderà perfino della reputazione di cui gode la virtù.
    (Friedrich Nietzsche)

    L’arte di saper mettere a frutto qualità mediocri strappa la stima e spesso dà una reputazione maggiore del merito autentico.
    (François de La Rochefoucauld)

    La tua reputazione subisce i danni maggiori da ciò che dici per difenderla.
    (Nassim Nicholas Taleb)

    Volete danneggiare la reputazione di qualcuno? Non parlatene male, parlatene troppo bene.
    (André Siegfried)

    Una buona reputazione vale più del denaro.
    (Publilio Siro)

    Colui che perde la reputazione per gli affari, perde affari e reputazione.
    (Francisco de Quevedo)

    Al giorno d’oggi si può sopravvivere a tutto, meno che alla morte. E a tutto c’è rimedio, meno che alla buona reputazione.
    (Oscar Wilde)

    La nostra reputazione dipende da quello che diciamo non meno che da quello che teniamo nascosto.
    (Roberto Gervaso)

    Quante persone vivono con una reputazione che avrebbero voluto avere!
    (Oliver Wendell Holmes)

    L’immagine che gli altri si fanno delle nostre azioni e dei nostri gesti non assomiglia a quella che ce ne facciamo noi stessi, più di quanto non assomigli a un disegno un qualche ricalco mal fatto in cui talvolta a un tratto nero corrisponde uno spazio vuoto, e a una parte bianca un contorno inesplicabile.
    (Marcel Proust)

    Vale più un’oncia di reputazione che cento libbre d’oro.
    (Proverbio)

    Fonte : https://aforisticamente.com/2017/10/07/frasi-citazioni-aforismi-su-reputazione/